Il Loto e la Croce
Scritti della Tradizione Perenne

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Utente: Samael
«Se chiudo gli occhi vedo talvolta un paesaggio oscuro con pietre, rocce e montagne sull'orlo dell'infinito. Nello sfondo, sulla sponda di un mare nero, riconosco me stesso, una figurina minuscola che pare disegnata col gesso. Questo è il mio posto d'avanguardia, sull'estremo limite del nulla: sull'orlo di quell'abisso combatto la mia battaglia.» Ernst Jünger

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sabato, 31 ottobre 2009

Allorché spremono la pianta,
immaginan(d)o di bere il Soma,
eppure ciò che i brahmani intendono con "Soma",
nessuno ne assaggia,
nessuno ne assaggia che dimori in questo mondo.

Rig Veda, X, 85, 3-4

 

Il succo estratto non è Soma in maniera immediata e tangibile. La bevanda del Soma, in altre parole, è un rito di transustanziazione. "E' metafisicamente che lo kshatriya ottiene la bevanda di Soma, non vi prende parte direttamente, ma soltanto con l'intercessione del Gran Sacerdote, dell'iniziazione e dell'invocazione ancestrale (Aitareya Brahmana, VII, 31). Nello Shatapatha Brahmana è scritto che le pietre per spremere il Soma sono l'Iniziazione e l'Ardore e che "Per mezzo della fede, figlia di Sûrya, egli trasforma la sura ("liquore" degli asura) in succo di Soma" (XII, 7, 3, 11).


Samael | 18:02 | commenti | link


giovedì, 27 marzo 2008

La verità del fatto che un cieco non ha raggiunto lo sviluppo perfetto di ciò che dovrebbe essere normale riguardo alla sua vista dipende, per essere provata, dal fatto che una grande quantità di uomini sono ciechi?
La prima creatura che, barcollando, venne improvvisamente in possesso della vista aveva il diritto di affermare che la luce era una realtà. Nel mondo umano ci possono essere pochi uomini che hanno aperto il loro occhio spirituale, ma malgrado la preponderanza numerica di coloro che non possono vedere, la loro mancanza di visione non può essere addotta come prova della negazione della luce.

Rabindranâth Tagore


Samael | 01:50 | commenti | link


domenica, 13 gennaio 2008

Molto spesso una delle motivazioni principali per la mancanza di fiducia nei confronti delle religioni ortodosse è la stigmatizzazione di comportamenti che, secondo il senso comune, sono incompatibili con la funzione che il sacerdote riveste. Tale convinzione risiede nell'approccio totalmente moderno e profano (nonché sentimentale) verso tutto ciò che è "esteriore" e formale, mentre viene rigettato tutto ciò che "non è visibile", in quanto non materiale e, pertanto, inesistente.
Marcos Pallis ci regala una preziosa considerazione sulla differenza tra l'uomo e il ruolo che riveste, tra forma ed essenza.

La successione dei vescovi di Roma e quella del Dalai Lama sono simili per il fatto che ognuna serve da veicolo ad uno specifico influsso spirituale - docente nel caso dei vescovi, protettivo in quello del Lama - mentre in entrambi i casi le caratteristiche individuali di chi al momento copre la carica non influiscono sulla funzione; la competenza della persona può dare adito a contestazioni soltanto nei casi in cui si ritenga che le condizioni tradizionali che regolano la trasmissione della carica abbiano per un qualsiasi motivo subìto una violazione di importanza vitale. Lo stesso criterio si applicherebbe per l'ordinazione di un sacerdote o di un qualsiasi altro caso del genere.

Tra una funzione sacra ed il suo "supporto" umano o non umano non può esservi alcun elemento comune ma soltanto rapporto simbolico, dato che appartengono a diversi ordini di realtà. Di fronte al sacro, tutto ciò che è meramente umano è, per definizione, inadeguato; ciò è altrettanto vero del santo e del peccatore, fatto che i divulgatori di criteri morali applicati fuori posto spesso trascurano: è proprio la mancata comprensione di un principio metafisico a spiegare per esempio la debolezza degli argomenti addotti dai primi riformatori contro l'autorità papale, argomenti che essi invocarono basandosi sul fatto che alcuni Papi, come individui, si erano a più riprese mostrati moralmente indegni della loro vocazione. Nel Tibet una simile confusione tra cose di vari ordini si potrebbe verificare difficilmente e il caso del sesto Dalai Lama ne fornisce la prova: la dissolutezza dei suoi costumi, pur avendo provocato grave scandalo, non spinse nessuno a compiere l'errore di far pesare i suoi difetti personali sull'influsso del quale egli era l'occasionale veicolo.


Samael | 20:07 | commenti (7) | link


mercoledì, 07 novembre 2007

mito (gr. mythos, "parola", "racconto"): il termine condivide il suo primo ambito semantico con il verbo myein "stare a bocca chiusa", "stare ad occhi chiusi" (da qui derivano i termini mystes "iniziato" e mysteria "riti di iniziazione", "misteri"). Mythos indica quindi la parola come forma espressiva chiusa e non dialettica, parola densa di significati non tutti esprimibili.

simbolo (gr. symbolon, "ciò che unisce"): "simbolo" è l'oggetto o l'immagine che permette di riconnettere un'unità originaria spezzata; symbola sono anche i due pezzi della moneta spezzata usati in Grecia per il reciproco riconoscimento fra ospiti o fra alleati. Viene quindi a significare, per traslato, tutto quello — oggetti, immagini, parole — che mette in connessione la dimensione mondana con quella sovramondana. Il contrario è diàbolon, "ciò che separa" (da cui "diavolo", l'angelo che anziché connettere, unire, comunicare, separa l'uomo da dio). Nel simbolo, significante e significato sono strettamente legati tra loro e identificabili in modo immediato; contemporaneamente però è portatore di una feconda ambiguità, in quanto può evocare, a seconda dei contesti, significati molto diversi tra loro tramite la medesima immagine (ad es. la figura del serpente come simbolo del male ma anche come simbolo di rigenerazione).


Samael | 14:51 | commenti (1) | link


lunedì, 29 ottobre 2007

Un Tibetano domandò una volta a un viaggiatore inglese: "A che cosa serve tentare di sopprimere ogni superstizione (da parte della scienza profana occidentale NdSamael), dato che in definitiva tutto quello che esiste al di fuori della Bodhi, al di fuori dell'Illuminazione e tutto quello che non conduce ad essa, altro non è che superstizione (nel senso di Avidya, Ignoranza NdSamael) ?"
Samael | 17:48 | commenti | link


venerdì, 05 ottobre 2007

L'adepto non può realizzare il Rebis che dopo aver dominato le attrazioni elementari. Tutto quello che vi è in lui di inferiore, di bruto, di bassamente istintivo deve essere domato, prima che gli sia consentito di attirare il Fuoco del Cielo per incorporarselo. Si tratta, in altre parole, di sormontare l'animalità, per conferire all'Uomo propriamente detto il pieno possesso di sé.

Pentalfa

Ora, il Pentagramma o la Stella Fiammeggiante sono precisamente l'emblema dell'Uomo svincolato da tutto ciò che gli impedisce di essere unicamente e pienamente Uomo. Le cinque punte di questa figura, detta anche Stella del Microcosmo, corrispondono alle quattro membra ed alla testa dell'uomo. E poiché le membra eseguono quel che la testa comanda, il Pentagramma è anche segno della Volontà sovrana, alla quale niente saprebbe resistere, a patto che essa fosse irremovibile, giudiziosa e disinteressata.
Perché la stella a cinque punte conservi questo significato, occorre che sia disegnata in modo che vi si possa iscrivere una figura umana in posizione normale, con la testa in alto.

Baphomet

Rovesciata, assume un significato diametralmente opposto. In tal caso, non si tratta più del Pentalfa luminoso o Stella dei Magi, emblema del genio umano e della libertà, bensì dell'astro oscurato degli istinti volgari, degli ardori lubrichi, dai quali sono soggiogati gli animali; perciò vi si ravvisa lo schema di una testa di capro.

La Magia volgare s'illude sulla potenza di questo segno, che in se stesso non può conferire alcun potere. La volontà individuale è potente solo in quanto concorda con un potere più generale. Più una forza è nobile, e meno è lecito usarne arbitrariamente. Tutto è gerarchizzato: il diritto di comandare comporta responsabilità. Se noi pretendiamo di esercitarlo a nostro capriccio, ci verrà revocato: il militare che abusa del suo potere viene radiato o degradato. E' inutile bramare il potere magico: esso si concede automaticamente al merito, che magari ignora se stesso, mentre l'ambizioso vi aspira invano. Non cerchiamo di sviluppare artificialmente la volontà e di trasformarsi in atleti volitivi. Per disporre di una forza, bisogna esserne padroni e saperla frenare: bisogna vietarsi di volere a sproposito: questo è il grande segreto di coloro che sono chiamati a far valere la loro influenza personale nel momento decisivo. La volontà non dispersa che avranno accumulato renderà in un certo senso folgorante il loro volere; bisogna inoltre che agiscano in virtù di un ordine venuto dall'alto perché, per essere obbediti, bisogna obbedire; tutto rientra, infatti, nell'Unità delle cose.

Oswald Wirth


Samael | 14:57 | commenti (1) | link


giovedì, 04 ottobre 2007

Glifo

Questa pietra misteriosa, oggetto della ricerca dei Saggi, si collega alla perfezione realizzabile dagli individui, che devono tendere a conformarsi al tipo della specie, raffigurato dalla Pietra Cubica dei massoni, blocco tagliato sotto il controllo della squadra ( norma in latino), poiché l'ideale a cui si mira non è altro che quello dell'uomo strettamente normale.

Oswald Wirth


Samael | 23:05 | commenti | link


lunedì, 24 settembre 2007

La sostanza primordiale si assimila al nulla anteriormente alla agitazione disordinata che la trasforma in caos, suscettibile di essere disciplinato dalla azione organizzatrice della vita.

Oswald Wirth


Samael | 21:25 | commenti | link


venerdì, 14 settembre 2007

Superbia - Sole
Accidia - Luna
Invidia - Mercurio
Lussuria - Venere
Ira - Marte
Gola - Giove
Avarizia - Saturno

Ciò che la religione cristiana definisce come "peccato" altro non è che uno squilibrio energetico/planetario deleterio all'interno del composto umano. La finalità "pratica" - e per pratico non intendiamo ciò che è meramente materiale - è, d'altronde, ciò che si nasconde dietro ogni implicazione "moralista" di alcuni precetti exoterici o religiosi. Molti, ingenuamente, si fermano all'apparenza, senza cogliere la sostanza...

Ogni precetto esoterico o religioso è dotato di una caratteristica formale (che varia) ed una sostanziale (che è sempre la medesima), sinteticamente unite e teleologicamente legate.


Samael | 15:55 | commenti (1) | link


giovedì, 13 settembre 2007

Un numero impressionante di testi prova che gli Egizi possedevano, già all'inizio dell'Antico Impero, una nozione filosofica di Dio sostanzialmente simile alla nostra: quella del Dio nominato senza determinazioni (e per conseguenza concepito come unico) signore degli eventi, provvidenza degli umani, giudice e retributore delle buone e delle cattive azioni.


E' quindi erroneo attribuire al Faraone scismatico Amenhotep IV - Akhenaton l'introduzione di una dottrina monoteistica in Egitto. I più antichi testi infatti menzionano spesso Nether Uat o "Dio Uno", autogeneratosi e creatore dell'universo. Anche gli dèi sarebbero stati creati da questo Dio Uno "nominando le proprie membra" e di conseguenza il pantheon egizio non fu che una "manifestazione individualizzata del Dio Supremo". Presso gli strati inferiori della popolazione fu facile, per ignoranza, decadere nel politeismo, considerando le singole manifestazioni divine come divinità a sé stanti, oggetto di culto singolo. Lo stesso demiurgo assunse, nei vari sistemi teologici templari, nomi diversi: Ptah in quello menfitico, Ra o Atum in quello eliopolitano, Amon in quello tebano.

Boris De Rachewiltz - I Miti Egizi


Samael | 12:30 | commenti | link


mercoledì, 05 settembre 2007

Allora il monaco errante Vacchagotta si rivolse al Beato dicendo: "Com'è la questione, venerabile Gautama, esiste il sé ?". A queste parole il Beato rimase in silenzio. "Come, dunque, venerabile Gautama, il sé non esiste ?". Ancora una volta il Beato rimase in silenzio. Allora il monaco errante Vacchagotta si alzò dal seggio e si accomiatò. Ma il venerabile Ananda così si rivolse al Beato: "Perché mai, o signore, il Beato non ha dato risposta alle domande rivoltegli dal monaco errante Vacchagotta ?". "Se io, o Ananda, alla domanda del monaco errante Vacchagotta 'esiste il sé?' avessi risposto 'il sé esiste', allora questo, o Ananda, avrebbe confermato la dottrina dei samana e dei brahmana che credono nella permanenza. Se io, o Ananda, alla domanda del monaco errante Vacchagotta 'il sé non esiste?' avessi risposto 'il sé non esiste', allora questo, o Ananda, avrebbe confermato la dottrina dei samana e dei brahmana che credono nell'annientamento"
(Aggivacchagotta Sutta, in Majjhima Nikaya, 72; I 484-89)

La conclusione logica di tutto questo è che, dunque, qualcosa esiste, ma non è il sé empirico e personale. E questo è anche in accordo con l'affermazione del Buddha che il sé non è NE' la stessa cosa NE' qualcosa di totalmente diverso dagli skandha.

Il Radhakrishnan osserva:
"Il Buddha pone in rilievo il fatto che quando si fanno asserzioni che riguardano l'anima permanente al di là dei fenomeni ci troviamo di là dal dominio dell'esperienza. Pur essendo d'accordo con le Upanishad che il mondo della nascita, della morte e della sofferenza non è il vero rifugio dell'anima, il Buddha non si pronuncia sull'Atman enunciato nelle Upanishad. Egli non ne afferma l'esistenza, ma neppure la nega.

Ipotizzare un'anima sembrò al Buddha un andare oltre il punto di vista descrittivo. Quello che conosciamo è il sé fenomenico, ma il Buddha sa che qualcos'altro esiste. Egli non è mai disposto ad ammettere che l'anima sia solo una combinazione di elementi, ma si rifiuta di speculare su che altro possa essere."

 

"L'atman non è soggetto alla nascita, alla decrepitezza, alla malattia ed alla morte. Esso è Realtà della più intima natura umana e d'ogni altro essere e non nasce né viene distrutto quando il corpo viene ucciso." (Sarva-Vedanta-Siddhanta-Sarasangraha s. 459 )

Nel Puggalapannatti (facente parte del Canone Pali, essendo compreso nell'Abhidhamma Pitaka) si trova un dibattito sulle due principali teorie concernenti la natura dell'atman:
- sasvatavada, secondo il quale l'anima esiste realmente in questa vita e nella vita futura. (Eternalismo)
- ucchedavada, per cui l'anima esiste veramente solo in questa vita. (Nichilismo)

Da ciò il Buddha formula la paticcasamuppada (Legge dell'Origine Dipendente), con la conseguente esposizione della dottrina dell'anatta. (cfr. Majjhima Nikaya, I 256)
Però, usando le stesse parole del Buddha:
"Tutte le cose sono: questo, o Kaccana, è un punto di vista esagerato. Tutte le cose non sono: questo è il secondo punto di vista estremo. Negando entrambi questi estremi, il Tathagata insegna la norma del giusto mezzo".

Nagarjuna, infine conferma e spiega che:
Il tathagata a volte insegnava che l'atman esiste e a volte che non esiste. Quando egli affermava che l'atman esiste  e che come ricompensa del suo karma riceverà nelle sue vite successive sofferenze o felicità, il suo intento era quello di evitare che gli uomini cadessero nell'eresia del nichilismo (ucchedavada). Quando insegnava che non esiste un atman inteso quale creatore o percettore o principio agente assolutamente libero, se non come un nome convenzionale dato all'aggregato dei cinque skandha, era sua intenzione evitare che gli uomini cadessero nell'eresia opposta dell'eternalismo (sasvatavada).


Samael | 20:05 | commenti | link


lunedì, 20 agosto 2007

Poiché per me, come per il mio vicino,
paura e dolore sono entrambi odiosi,
cosa distingue la mia individualità,
perché la preferisca alla tua ?

Vuoi mettere fine al male,
e giungere alla Meta Benedetta ?
Dai buone radici alla tua fede,
e all'illuminazione il tuo pensiero tutto.

Shânti Deva - Shikshâsamuccaya (Compendio del Discepolo), I-II


Samael | 11:55 | commenti | link


sabato, 11 agosto 2007


Infinito

In tutti i casi, la conclusione a cui si perviene è sempre la stessa: una successione che non comprende che una parte dei numeri interi dovrebbe avere lo stesso numero di termini di quella che li comprende tutti, questo significherebbe dire che il tutto non sarebbe più grande di una propria parte; e, per il fatto che si ammette che c'è un numero di tutti i numeri, è impossibile evitare questa contraddizione. Tuttavia alcuni hanno creduto di poter evitare questa contraddizione ammettendo nello stesso tempo che ci sono dei numeri a partire dai quali la moltiplicazione per un certo numero o l'elevamento ad certa potenza non sarebbe più possibile, poiché darebbe un risultato che oltrepasserebbe il preteso numero infinito; ce ne sono anche altri che sono stati indotti a considerare anche dei numeri più grandi dell'infinito, donde l'origine di teorie come quella del transfinito di Cantor, che possono essere molto ingegnose, ma non sono logicamente più valide1: è parimenti concepibile che si possa pensare di chiamare infinito un numero che è, al contrario, talmente finito che non è neanche il più grande di tutti ? D'altra parte, con simili teorie, ci sarebbero dei numeri ai quali alcune regole del calcolo ordinario non si applicherebbero più, cioé, in conclusione, dei numeri che non sarebbero veramente dei numeri, e che non sarebbero chiamati così che per convenzione2; è ciò che forzatamente accade allorché, cercando di concepire il numero infinito diversamente dal più grande dei numeri, si pensi a diversi numeri infiniti, supposti ineguali tra loro, e ai quali si attribuiscano delle proprietà che non hanno nulla in comune con quele dei numeri ordinari; così, non si evita una contraddizione che per cadere in altre, e, in fondo, tutto ciò non è che il prodotto del convenzionalismo più privo di senso che si possa immaginare.
Così, l'idea del preteso numero infinito, in qualunque modo si presenti e con qualsiasi termine si voglia designarla, contiene sempre degli elementi contraddittori; d'altra parte non v'è alcun bisogno di questa supposizione assurda allorché ci si faccia una giusta concezione di ciò che realmente è l'indefinità del numero, e si riconosca inoltre che il numero, malgrado la sua indefinità, non è per nulla applicabile a tutto ciò che esiste. Non dobbiamo insistere su quest'ultimo punto, avendolo già sufficientemente esaminato altrove: il numero non è che un modo della quantità, e la quantità stessa non è che una categoria o un modo speciale dell'essere, non coestensivo a questo stesso, o, più precisamente ancora, non è che una condizione propria ad un certo stato di esistenza nell'insieme dell'esistenza universale; ma è per l'appunto questo che la maggior parte dei moderni fanno fatica a comprendere, abituati come sono a voler tutto ridurre alla quantità ed anzi a valutare tutto numericamente3.

1: Già all'epoca di Leibnitz, Wallis considerava degli "spatia plus quam infinita"; questa opinione che Varignon denunciava come contraddittoria, fu ugualmente sostenuta da Guido Grandi nel suo libro "De Infinitis infinitorum". D'altra parte, Jean Bernoulli, nel corso delle sue discussioni con Leibnitz, scriveva: "Si dantur termini infiniti, dabitur etiam terminus infinitesimus (non dico ultimus) et qui eum seqùntur", ciò sembra indicare che egli ammetteva che potessero esservi in una serie numerica dei termini al di là dell'infinito, sebbene egli qui non sia più chiaramente spiegato.
2: Non si può dire che si tratti di uso analogico del numero, perché ciò presupporrebbe una trasposizione in un dominio diverso da quello della quantità, e, al contrario, è proprio alla quantità, intesa nel senso più letterale, che tutte le considerazioni di questo tipo sempre esclusivamente si riferiscono.
3: E in questo modo che Renouvier pensava che il numero è applicabile a tutto, almeno idealmente, nel senso che tutto è numerabile in se stesso, quandanche noi fossimo incapaci di numerarlo effettivamente; così egli ha sempre trascurato il senso che Leibniz dà alla nozione di moltitudine, e non ha mai potuto comprendere come la distinzione di questa dal numero permetta di evitare la contraddizione del numero infinito.

da Metafisica del Numero - Principi del Calcolo Infinitesimale


Samael | 10:15 | commenti | link


domenica, 13 maggio 2007

"E voi, fratelli, imparate dalla parabola della zattera che dovete disfarvi delle buone condizioni,
per non parlare di quelle cattive"
(Buddha)

Il Bene è solo la zattera che ci fa attraversare il mare pericoloso; chi vuole raggiungere la terra dell'ultima spiaggia deve abbandonare la zattera dopo aver toccato terra. Comprendere questa realtà non toglie comunque niente al valore relativo della zattera.

Per coloro che comprendono il vero significato del Nibbâna, il comportamento etico è dettato da un imperativo categorico ed interiore, "a causa del Nibbâna". Poiché il bene più alto è una condizione della mente (la condizione mentale dell'Arahat, che è liberato dal desiderio, dal risentimento e dal piacere), ogni attività etica è giudicata come un mezzo per raggiungere questo stato. Una cattiva coscienza, quindi, uno stato di peccato, è considerato dal Buddhista come una condizione mentale contraria al Nibbâna.
Può sembrare che "a causa del Nibbâna" non sia una sufficiente motivazione etica. Nello stesso modo anche il vero Buddhista potrebbe non riuscire a capire la forza del cristiano "Sia fatta la Tua volontà", "A modo Tuo, non mio, Signore" o della rassegnazione che esprime la parola "Islâm". Ma tutte queste espressioni si riferiscono comunque alla stessa esperienza interiore, che il Sûfi ci menziona dicendo: "Chi non ha rinunciato alla propria volontà, non ha volontà"

E' in ragione di quanto un uomo permette ai suoi pensieri ed alle sue azioni di essere determinati da moventi impersonali che egli comincia a gustare una pace che oltrepassa la comprensione. E' questa una pace che si trova nel cuore di ogni religione.

Bodhi-Citta

C'è comunque un altro lato della coscienza che obbliga l'individuo non solo a trattenersi dal far del male agli altri, ma a darsi da fare per il loro vantaggio, in accordo al principio che l'amore non è mai senza un effetto: si parla di questo nel Buddhismo del Mahâyâna, come del bodhi-citta, o cuore dell'illuminazione. Il risveglio del bodhi-citta è rappresentato poeticamente nella letteratura buddhistica come lo sbocciare del loto del cuore.
Le due condizioni mentali che nel Buddhismo corrispondono all'idea occidentale di coscienza sono, quindi, la concentrazione (sati), e l'amore; ed è da queste condizioni che derivano tutte le concezioni del bene che sono definite per esteso nei passi buddhistici sulla morale.

Ananda K. Coomaraswamy
Buddha e la Dottrina del Buddhismo


Samael | 18:28 | commenti (2) | link


martedì, 17 aprile 2007

Tra i testi hindu più antichi, si trova il Vishnu Purana, composto in una data attorno al 1500 avanti Cristo. Tale testo descrive il mondo come sarebbe diventato durante l'Età Oscura. l'Età Ultima, quella che annuncia la prossima fine di tutto e la venuta dell'ultima incarnazione di Vishnu, il Kalki Avatara. Qui di seguito, alcuni passi di tale opera. Vi ricorda qualcosa del tempo in cui vivete ?

La casta prevalente sarà quella dei servi, coloro che posseggono diserteranno agricoltura e commercio e trarranno da vivere facendo servi o esercitando professioni meccaniche.
I capi invece di proteggere i loro sudditi, li spoglieranno e sotto pretesti fiscali ruberanno le proprietà alla casta dei mercanti.
La sanità (interiore) e la legge (conforme alla propria natura) diminuiranno di giorno in giorno finché il mondo sarà completamente pervertito.
Solo gli averi conferiranno il rango. Solo movente della devozione sarà la preoccupazione per la salute fisica, solo legame fra i sessi sarà il piacere, sola via al successo nelle competizioni sarà la frode. La terra sarà venerata solo per i suoi tesori minerali.
Le vesti sacerdotali terranno il luogo della dignità del sacerdote. La debolezza sarà la sola causa dell’obbedire.
La razza sarà incapace di produrre nascite divine. Deviati da miscredenti, gli uomini si chiederanno insolentemente: “Che autorità hanno i testi tradizionali? Che sono questi Dei, che è la casta detentrice dell’autorità spirituale? (Brahmana)".
Il rispetto per le caste, per l’ordine sociale e per le istituzioni (tradizionali) verrà meno nell’età oscura. I matrimoni in questa età cesseranno di essere un rito e le norme connettenti un discepolo ad un maestro spirituale non avranno più forza. Si penserà che chiunque per qualunque via possa raggiungere lo stato di rigenerati. Gli atti di devozione che potranno ancora esser eseguiti non produrranno più alcun risultato. Ogni ordine di vita sarà uguale promiscuamente per tutti.
Colui che distribuirà più danaro sarà signore degli uomini e la discendenza familiare cesserà di essere un titolo di preminenza.
Gli uomini concentreranno i loro interessi sull’acquisizione, anche se disonesta, della ricchezza. Ogni specie di uomo si immaginerà di essere pari ad un brahmana.
La gente quanto mai avrà terrore della morte e paventerà l’indigenza: solo per questo conserverà forma (un’apparenza) di culto. Le donne non seguiranno il volere dei mariti o dei genitori. Saranno egoiste, abiette, discentrate e mentitrici e sarà a dei dissoluti che si attaccheranno. Esse diventeranno semplici oggetti di soddisfacimento sessuale.


Samael | 18:22 | commenti (1) | link